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Francesco Guglielmino

Francesco Guglielmino è sicuramente il poeta più importante nella storia di Acicatena. Nacque l’8 marzo del 1872 in una casa di Via Cimitero, proprio altall’angolo con via Scale S. Antonio.Venne battezzato il giorno dopo nella chiesa di S. Lucia da don Antonio Oliva. Fu sentimentalmente ed affettivamente legato ai genitori, Mario e Giuseppina Leonardi, prematuramente scomparsi, e a loro dedicò una tra le più toccanti poesie: “A mè patri e a mè matri”. Francesco, dal momento che a casa non aveva luce elettrica, era solito studiare in strada, all’angolo tra le vie Vittorio Emanuele e Scale S. Antonio dove, sotto la debole lampada dell’illuminazione pubblica, formò la sua cultura umanistica. Frequentò l’istituto “Capizzi” di Bronte e ad Acicatena trascorse ogni attimo delle sue vacanze, facendo la corte a Rosa, sorella del caro amico Vincenzo De Gaetano, fanciulla che poi sposò. Abbandonò, dopo una “pasquinata” contro i professori, l’istituto di Bronte, iscrivendosi al liceo ginnasio “Gulli e Pennisi” di Acireale. Quindi frequentò l’Università di Catania, ed insegnò prima ancora del conseguimento della laurea. Non si conosce con esattezza l’intero percorso didattico che il Gulielmino fu costretto a seguire prima dell’approdo al Cutelli di Catania. Il poeta rimase sempre legato all’attività didattica negli istituti scolastici che ha frequentato, e in più di un’occasione l’ha definita “coinvolgente”. Agli inizi degli anni Trenta fu inserito in una terna all’Università di Catania e ottenne la cattedra di Letteratura greca. Nonostante il trasferimento a Catania, portò sempre nel cuore la città natia, Acicatena, dove trascorreva ogni attimo di libertà incontrando gli amici o passeggiando per gli antichi borghi in cui aveva vissuto la fanciullezza.
Si adirava spesso con i critici del tempo che svalutavano l’aspetto scientifico delle sue opere, perché ai meriti scientifici non corrispondevano gli adeguati meriti filologici. “Perché non dirle al contrario le cose. Perché non scrivere: filologicamente non è grande, però il libro è scritto bene, si fa leggere? Ma per questa gente scrivere bene è un demerito”; confidò una volta Guglielmino.
All’età di trent’anni, quando frequentava già con assiduità i circoli mondani e letterari catanesi, sostenne l’ormai famoso confronto con il "diletto" Nino Martoglio: quella che inizialmente fu un’aspra polemica letteraria, avviatasi sulle pagine delle riviste culturali dell’epoca, mutò improvvisamente in un vero e proprio duello, che fu sospeso solo a causa delle ferite, assai leggere a dir la verità, riportate dai due contendenti.
I due si riappacificarono successivamente in un locale catanese: “Ma quanto siamo imbecilli, potremmo intavolare una discussione e siamo qui zitti, come due cucchi", allora Martoglio, udite le parole del professore, si alzò dal proprio tavolo e strinse la mano al Guglielmino. Da quel giorno divennero cari amici. Guglielmino ebbe per Martoglio una sorta di venerazione, della quale fa fede un sonetto che il Professore scrisse per l’amico poeta e che poi incluse nella raccolta “Ciuri di strata”.
Nella stessa raccolta, in cui Guglielmino esprime le sue convinzioni culturali, storiche, religiose ed esistenziali, furono inserite anche le poesie dedicate al Verga, a Manueli Rizzo, a Giovanni Formisano, a Giuseppe Nicolosi Scandura, all’avvocato Castiglione, all’avvocato Finocchiaro e a don Salvatore Tropea.
Negli scritti ufficiali invece non vi è alcuna poesia dedicata a De Roberto. “Eppure una grande stima doveva legare i due amici” affermerà Michele Pricoco, uno dei discepoli prediletti.
Francesco fu certamente poeta fulgido, interprete della vita, dei sentimenti, ma fu anche poeta malinconico. “Il pensiero della brevità della vita e della ineluttabilità della morte affiora in tutte le sue poesie, e non solo come reminiscenza culturale, ma come constatazione quotidiana di una tragica realtà", scriveva ancora il Pricoco.
Guglielmino fu anche arguto critico dei poeti e degli scrittori del tempo con versi puntuali e diretti; in ogni occasione cercò di valorizzare il dialetto, la lingua della "gintaredda", e pur essendo poeta dialettale non fu mai volgare, particolarità che De Roberto tenne a sottolineare.
Il Professore nei suoi versi affrontò i più svariati argomenti che sollecitavano la sua sensibilità: dall’amore ai rimpianti, dai ricordi ai problemi filosofici ed esistenziali, dalla situazione storica e sociale del tempo ai profondi dubbi della fede. Fu anche attratto ed ispirato dai luoghi montani e da Zafferana in modo particolare, dove nella lussuosa villa di don Salvatore Tropea si riuniva con gli amici per lunghe partite a tresette. Le passeggiate e le giocate a carte nel “castelletto” di don Tropea non finivano a Zafferana, ma continuavano poi nei circoli di Acicatena o di Catania. A Zafferana però s’intrecciavano nuove storie amorose, che davano poi spunto a nuovi sonetti. Guglielmino era gioviale, dotato di un forte senso dell’umorismo, estroverso con gli amici. Eppure, tutto questo nasceva da una profonda tristezza e da dolorose carenze effettive . Era ansioso e temeva il sopraggiungere di un male incurabile per sé e per i figli. Quasi con spirito divinatorio le sue previsioni si avverarono per i figli Mario e Silvia. La morte di Mario fu forse la ferita più grave che Guglielmino portò con sé, ferita che non si rimarginò mai. In “C'è sempri 'na nuvola 'nfunnu” vi è la storia di tanto dolore.
Morì a Catania il 25 febbraio del 1956 e per sua volontà venne sepolto vicino all’amato Mario.
Di Francesco Guglielmino scrissero e parlarono i più noti critici, da De Roberto a Momigliano, da Brancati a Pasolini, da Villaroel a Sciascia.

Io ho la tragicità che voi non avete, io ho la comicità che voi non avete, ma il sentimento che avete voi, io non l’ho mai avuto”, sono le parole con cui Nino Martoglio si congedò dall’amico di tutta una vita.